Carla Lattanzi, il blog

Giornale di bordo di una copywriter: un viaggio tra le parole scritte e la comunicazione.

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Blogger: carlalattanzi
Nome: Carla Lattanzi
Copywriter e business writer, appassionata di comunicazione e letteratura. Ho un sito: www.carlalattanzi.it, ovvero Guida alla scrittura quotidiana.

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mercoledì, 25 luglio 2007

Sugli specchi - una "riflessione"

medusaUna breve storia dei tipi di specchio dall'antichità a oggi, esempi di uso degli specchi nella mitologia e nella letteratura, alcune riflessioni (è il caso di dirlo) sul loro uso oggi. E tante immagini di specchi antichi e moderni, comunque originali.
Trovate tutto questo su uno speciale di Designboom.
Quello dello specchio è un tema sempre vivo, che mi piacerebbe ripercorrere nella scrittura. Anni fa avevo trovato alcune citazioni letterarie per una firma dell'arredamento che esponeva una collezione di specchi design. Appena ritrovo le citazioni, ci faccio un post.
A presto.
postato da: carlalattanzi alle ore 14:38 | permalink | commenti
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giovedì, 19 luglio 2007

L’errore e l’errare, non sempre nocivi

Dei miei studi di filologia classica mi è sempre piaciuta la parte che esplorava la genesi dell’errore.

Il filologo classico è uno che risale la storia di un testo attraverso i secoli, per arrivare alla versione originale o più vicina possibile a quella scritta dall’autore medesimo, come era prima che fosse corrotta dalle vicissitudini del supporto fisico (papiro o codice di pergamena), dagli errori di copiatura degli amanuensi, dalle citazioni sbagliate in altre opere e così via. Perciò per il filologo è così importante capire come si generano gli errori.

Di tutte le categorie che venivano spiegate a noi studenti, mi sono rimaste in mente alcune forse ancora utili a chi scrive oggi, anche se prevalentemente al computer.

 

il saut du même au même
Uno degli errori più frequenti si verifica quando copiamo un testo. Non sempre è copia-incolla in mala fede, talvolta si copia per citare un passo letterario, o per riportare un articolo di giornale di cui non troviamo la versione on line.

E’ il cosiddetto saut du même au même. Mentre si copia, lo sguardo va dall’originale al proprio foglio. Quando l’occhio torna indietro, trova un punto del testo con una parola uguale a quella che ha visto per ultima. E così salta un pezzo. Una variante di questo errore è la duplicazione. Invece di saltare, si scrive due volte la stessa cosa. Leggendo i quotidiani, troverete spesso nelle colonne paragrafi scritti due volte di seguito...

 
il lapsus psicologico
Chi scrive ha in mente, a livello logico, una certa parola. Ma mentre scrive, il suo cervello distoglie l’attenzione da quella parola e si concentra su altro. Magari su un argomento che gli sta a cuore, o per cui è preoccupato. Lucia Cesarini Martinelli (in La filologia, editori riuniti 1984) racconta che la sua dattilografa, preoccupata per il proprio lavoro precario, ha scritto in tutto il testo che le era stato richiesto: impiego al posto di impegno  e assunzione al posto di assoluzione. E anche questi errori qui capitano spesso...

 

la banalizzazione
Il cervello si sa, vede quello che gli va di vedere. Se si trova davanti a una parola difficile, che non fa parte del suo vocabolario abituale, piuttosto che sforzarsi o ammettere l’ignoranza, sostituisce la parola nemica con una a lui più nota. Cioè banalizza.

E’ il caso (purtroppo) di molti giornalisti. Cesarini Martinelli ricorda che anni fa era di moda la parola cogestione, che diventava quasi sempre la congestione. La collazione diventa colazione, meriggio diventa pomeriggio, Antonioni (il regista) veniva spesso citato come Antognoni (il calciatore, vuoi mettere).

 Il filologo, dinanzi a due varianti entrambe valide, in questo caso sceglie la cosiddetta lectio difficilior, cioè la parola più difficile. Prende per assunto che l’errore si sia generato a partire dalla parola difficile per arrivare a quella più semplice, e non il contrario.

Anni fa, il criterio della lectio difficilior mi salvò mentre facevo editing di una lettera scritta in bozza da una collega a un personaggio importante. Lei era irraggiungibile e la lettera andava spedita immediatamente. Molti nomi citati nella missiva erano dubbi, perché altre fonti davano diverse versioni. Scelsi per ogni nome la versione più difficile e mi andò bene.

Ce ne sono molti altri di errori classificati, alcuni non più attuali perché è finito il tempo dei copisti medievali. Ma altri invece sempre in auge, perché la mente umana segue gli stessi sentieri.


 

E a proposito di sentieri, errore viene dalla parola errare, che vuol dire “andare vagando”. E vagando ci si può allontanare dalla meta per raggiungerne un’altra, ma non necessariamente sbagliata.

Un errore cioè, può essere anche utile, anzi di più: creativo. Nell’ideazione di headline per la pubblicità, il copywriter spesso si avvale proprio di un errore per arrivare a una frase originale, spiazzante e proprio per questo destinata a farsi notare. (Metti un tigre nel motore...ricordate?)

Gianni Rodari, nella Grammatica della fantasia (Einaudi), ricorda come nella Cenerentola di Charles Perrault fu proprio un errore di trascrizione a far diventare la scarpina della fanciulla di vetro (verre) invece che di vaire (pelo, pelliccia). Chi si sarebbe appassionato a una scarpa di pelo abbandonata sulla scala alla fine del ballo? Nemmeno fosse stata una Manolo Blahnik... Il cristallo invece è tutta un’altra cosa. 

 
Altri errori deliziosi sono quelli dei bambini, come sa ogni mamma. Entrambe le mie figlie da piccole volevano “Il pane con la Nuotella”. Lungi da me correggere quel meraviglioso errore, mentre immaginavo una voluttuosa nuotata nella crema alla nocciola, quasi come Paperone nei dollari.

lunedì, 16 luglio 2007

PubblicitĂ  su Internet: l'intruso scortese

I budget pubblicitari spesi sul web sono in aumento. Ma sarà un buon investimento? No, secondo Giampaolo Fabris, arcinoto sociologo ed esperto di comunicazione, che in un articolo apparso sul sito Ferpi (federazione relazioni pubbliche italiana) parla del rapporto particolare che i frequentatori di Internet hanno con l'advertising via rete. E auspica una netiquette della pubblicità.
postato da: carlalattanzi alle ore 15:26 | permalink | commenti
categorie: advertising, web stuff

Vado al minimo, vado a gonfie vele

Non vi sarà sufggito ieri sotto l'ombrellone l'articolo del Corriere della Sera "Italia, il Paese delle donne nude".
Il Financial Times nota come gli altri europei trovino la nostra Italia piena di donne scollacciate oltre il buon gusto e si domanda perché lo stesso ambiente pubblicitario non sappia offrire altro.

Certo non ci voleva il FT, bastava un po' di osservazione non assuefatta, ma bene ha fatto il prestigioso giornale a stigmatizzare questo fenomeno.

Perché ci siamo ridotti così? Le risposte richiederebbero un'analisi che supera le possibilità di un blog. Ma spero che l'uscita di ieri suoni come una sveglia per i creativi pubblicitari.
Che aspettate a tirare fuori la creatività, quella vera? Non vi sembra sfacciatamente facile vendere qualunque, ma qualunque cosa, esibendo donnine provocanti? Perfino gli spot radiofonici, non potendo mostrare corpi nudi, ricorrono a pesanti ammiccamenti e doppi sensi nei testi, tanto da far sembrare ogni donna che vi compare come una pericolosa ninfomane, adultera o adescatrice da quattro soldi.

Dal vostro target vi sta arrivando una voce, che dice in coro una sola parola: BASTA. Questo target, cominciate a studiarlo un po' meglio perché siamo in molti a essere schifati. Persino per vendere alle donne usate corpi femminili in pose esplicite. Personalmente non ne posso più e sto ricorrendo, come ribellione privata, all'acquisto di oggetti no logo, evitando accuratamente di comprare quelli che ricorrono a certa pubblicità.

La regressione culturale del nostro Paese è visibile anche dalla scelta che stanno attuando i suoi pubblicitari.
Che si risparmiano e vanno al minimo. Vanno a gonfie vele.


postato da: carlalattanzi alle ore 12:27 | permalink | commenti (2)
categorie: advertising, tendenze
giovedì, 05 luglio 2007

Scrivere la propria vita, un'angoscia

"Ogni volta che rivedo la mia vita fissata e oggettivata sono preso dall'angoscia, soprattutto quando si tratta di notizie che ho fornito io [...] ridicendo le stesse cose con altre parole, spero sempre d'aggirare il mio rapporto nevrotico con l'autobiografia".

Italo Calvino (lettera a Claudio Milanini, 27 luglio 1985)

scrivere la propria vita, che angoscia!Leggere questo passo mi ha sollevato dalla sensazione di essere una strana persona. Ogni volta che mi viene chiesto di scrivere un mio curriculum o breve nota biografica, rivivo un malessere simile a quello descritto con semplicità da Calvino.
Eventi in cui abbiamo infuso anni di emozioni e fatiche fissati in una riga, semplici attestazioni che invece fanno una grande impressione. Tutto "oggettivato" in date, numeri, nomi di luoghi e in parole ripetitive: esperienza, conseguire, ottenere, collaborare.

Forse dovremmo fare come Calvino, provare ridire le stesse cose in un'altra maniera.
postato da: carlalattanzi alle ore 08:07 | permalink | commenti
categorie: caffè letterario, le parole per dirlo
mercoledì, 04 luglio 2007

Una bella mappa del web 2.0

Vi segnalo una mappatura del web 2.0, elaborata alla fine del 2006 ma ancora valida per riflettere.
Visivamente carina, e curiosamente definita: Virtual Identity 0.2.

Su due ipotetici assi ci sono  il binomio identità pubblica / privata e quello main activity / entertainment.
Il risultato è un puzzle dove ognuno può collocare  le proprie attività sul web.

Cliccate sull'immagine per accedere all'originale sul blog Leafar.
Clicca sull'immagine per vedere la mappa virtual identity
Conoscere - fare - amare - condividere. To know, to do, to like, to share. Queste sono le dimensioni del web. Al centro di tutto c'è I AM what I say...il blog.
Interessante.
postato da: carlalattanzi alle ore 15:53 | permalink | commenti (3)
categorie: tendenze, web stuff
martedì, 03 luglio 2007

Parole longeve, come il legno

Riflettevo su due parole, che hanno avuto una vita lunghissima, si usano nel web e hanno entrambe a che fare con il legno.
nodo_legnoLa prima è Codice: dal latino caudex, il tronco di legno. Un bel "ciocco" da cui si cominciarono a ricavare le tavolette per scrivere. Un insieme di tavolette da leggere una dopo l'altra, con l'andamento tipico del libro (anche se fino al IV secolo dopo Cristo il libro "dotto" aveva la forma del rotolo di papiro).

Una sequenza di tavolette usate come pagine diventa un codex, la forma ideale per trascrivere un corpus di leggi e regolamenti. Ecco che si avvicina il nostro codice. Il significato della parola slitta dal supporto al contenuto, e pian piano si designa con "codice" anche l'insieme di segni che è destinato a trasmettere l'informazione in un settore specifico, talvolta in forma segreta. C'è il codice della strada, il codice della navigazione... La parola è tornata di gran moda dopo il Codice da Vinci. Poi c'è anche il codice HTML, ovvero il linguaggio informatico che sta dietro le pagine dei siti internet. E dal nostro ciocco siamo arrivati al web.

C'è poi la parola Log, in inglese. Anche il log è un bel tronco di legno, solido e spesso quanto basta per farne il supporto di un libro. Log infatti passa presto a indicare il registro su cui appuntare le notizie relative a un periodo di tempo o a un viaggio. Tipicamente, il libro di bordo del capitano della nave è un Log.
Sul web si naviga, così il diario del navigante diventa il Web Log, da cui blog. E ancora una volta abbiamo viaggiato nel tempo, dall'umile tronco fino al tecnologico web.

Poche variazioni nel significante (la forma esteriore della parola), lungo percorso nel significato. Alcune parole non finiscono mai di stupirci.
postato da: carlalattanzi alle ore 08:01 | permalink | commenti (1)
categorie: le parole per dirlo, web stuff
lunedì, 02 luglio 2007

Social network visuali e tramonto del testo

muccaLeggo su "Italia Oggi" di venerdì scorso un articolo a firma di Carlo Alberto Carnevale Maffè, docente di SDA Bocconi nell'area strategie aziendali e presidente del Comitato Scientifico di Assodigitale.
L'articolo contiene suggerimenti alle aziende, per consentire loro di sfruttare nel modo corretto i fenomeni di social network, e in particolare SecondLife (vedi post precedente...).

In chiusura, Carnevale Maffè dice:
Mentre la nostra partecipazione a un sito internet non è immediatamente percepita da terzi, se non tramite un nostro contributo attivo in forma verbale (forum, chat, sistemi di instant messaging), servizi come SecondLife valorizzano la nostra presenza, rendendoci immediatamente e semplicemente visibili agli altri e, significativamente, a noi stessi. Liberare Internet dalla schiavitù della mediazione verbale, ancor più nella sua complessa versione testuale, è la grande scommessa dei social network visuali.

E speriamo che la perdano questa scommessa. Dopo che decenni di televisione ci hanno ridotto a dei bruti ululanti, dopo che abbiamo imparato a valutare la qualità dei contenuti con la moneta dell'audience, l'era del web, massime quella del 2.0, ha aperto un nuovo umanesimo.
Un era in cui scrivere è di nuovo un piacere, non una schiavitù, e i contenuti valgono per la loro intrinseca bontà rispetto al pubblico cui sono destinati.
E da questa dimensione testuale dovremmo essere liberati, grazie ai nostri avatar e altre amenità visive.  Ma ciò che distingue l'uomo dal resto del creato è il logos, che è ragione e, guarda caso, anche parola. O dovremo supporre che all'uomo basti il solo gesto?
postato da: carlalattanzi alle ore 11:18 | permalink | commenti (4)
categorie: tendenze, web stuff